Edo from Mk’s eye

cartolina-cane-fronte.jpgEDO

threnoi liberamente tratto e ispirato a Edoardo II di Christopher Marlowe da Andrea Saltini

 

Domenica 28 settembre 2008

 

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Movimento

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E’ sempre la stessa cosa. Le tradizioni, così presenti sui corpi, mi lasciano sempre la stessa prima impressione. Che il tempo si sia fermato. Lo stesso dicasi per la nudità e per la totale diversità di cosa sia tabù e cosa invece no. Vedo qualcuno che è “più indietro” di me ed ho l’impressione che tutto si muova così lentamente da sembrare fermo. Mi devo sforzare ogni volta per uscire da questo assurda e presuntuosa superficialità di osservazione. C’è grande movimento. C’è vita. Ed è sotto ai miei occhi. Il bambino che succhia il latte mi ricorda che si nasce. I seni appena sbocciati delle ragazze mi ricordano che si cresce. Gli ornamenti mi dicono che si lavora. Gli occhi che c’è fermento. L’assenza di vecchi mi urla che si muore.

Il peso del nulla

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Il villaggio è immerso nel nulla. Quel nulla fatto di savana gialla come il grano che si perde fino all’orizzonte o si fonde al nulla roccioso delle colline. Faccio perno su me stesso e giro attorno al mio asse per rendermi davvero conto che le tre capanne di legno e di sterco che vedo a pochi metri sono il centro dell’universo. Poi, all’improvviso, nel nulla attorno si muove qualcosa. Qualche altro villaggio invisibile ha fiutato non so come la mia presenza e manda persone a mostrar loro stesse affinchè il dono possa essere maggiore. Quel qualcuno arriva camminando veloce ed io ne guardo i contorni tremanti fra i moti del calore. Attraversa lo spazio infinito e si materializza davanti a me finalmente nitido. Poi si inginocchia e dispone sulla terra il suo carico di manufatti. Infine si siede e distende le gambe ornate di un pesante gambale borchiato. Mostra tutto il peso del nulla sotto ai suoi piedi. Ma non lo sa.

po[L]veri

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Le terre su cui ho camminato sono quelle degli Himba. Un diritto di possesso, il loro, conquistato con la pazienza, stando seduti all’ombra di sé stessi in luoghi dove nessun’altro vorrebbe restare. Un diritto conquistato attraverso un’identificazione totale, diventando terra. La terra rende liscia la loro pelle, orna i loro capelli, è i muri delle loro case, s’attacca al moccolo dei bambini, ai capezzoli appena succhiati delle madri e riempie di polvere gli occhi di tutti. La terra odora di sterco di capra. L’Himba odora di sterco di capra. La collana che ho adesso al collo odora di sterco di capra ed io l’annuso, sperando di non consumarne il tanfo, perché esso mi riporti là.

Ci sono sorrisi (così liberi) che noi umani…

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Non so se sorridere per la felicità di aver visto ciò che ho visto, o versare una lacrima per il fatto di non essere più lì a guardare. Decido per la seconda, allento i muscoli facciali e lascio che finalmente mi si inumidiscano gli occhi. Lo faccio anche perché nel ripensare a certi sorrisi mi viene il dubbio di non essere più capace di farlo. Non così, almeno. Non ogni volta che dovrei, e  certamente non per ciò che di contingente, davanti ai miei occhi, muove la mia allegria. Piangere, per me e per gli altri, mi viene più facile, e me ne vergogno.

su_[C]_chi?

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Villaggio Himba - Namibia - Agosto 2008

Aridità da Mal d’Africa

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Ci sono luoghi aridi che nutrono più di quanto sarebbe possibile immaginare guardandoli. E’ un nutrimento reale, anche se invisibile, per uomini ed animali. Ma è soprattutto un nutrimento per anime. E fra queste la mia, che si ritrova arida, ora, ben lontana da essi. Le crepe del fango che si è formato nell’estate e che si è seccato sotto ai miei piedi in questo inverno australe, le ritrovo ora nel mio cuore e da esse scaturiscono i ricordi di viaggio. Sguardi, colori e odori riemergono dalle mie viscere ed aggrottano la mia pelle man mano che scorro gli attimi rubati dalla macchina fotografica.

B[H]imba #3

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Ho davanti ogni singolo istante in cui il mio sguardo si è incrociato col loro. Ho sentito quegli occhi farmi domande che forse non erano nelle loro menti, ma certo affollavano la mia e la riempivano d’insicurezza e di sensi di colpa. Il mio obiettivo stava rubando l’anima ai vecchi e forse la dignità alle madri coi figli al seno, ma riempiva di gioia i ragazzini ed io  ho cercato di nutrirmi della loro curiosità per sentirmi accettato. I doni che portavo, pronti per essere passati nelle mani degli adulti, erano il mio lasciapassare per l’ingresso nel villaggio ed al tempo stesso la prova del mio peccato. Il mio stare al gioco coi bimbi, sentirmi io strano e studiato, selvaggio impacciato nella lorò società, è stata la mia refurtiva e la mia assoluzione.

B[H]imba #2

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Villaggio Himba - Namibia, Agosto 2008

b[H]imbA

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Villaggio Himba - Namibia, Agosto 2008